Oggi, sulla collina di San Giorgio, il palazzo di nove piani svetta in faccia a tutti e chiude, togliendo luce, alle case vicine che si ritrovano quasi al buio.
Il "condominio della vergogna" però in parte è stato venduto anche se di rogiti al momento non se ne parla ancora visto che chi si è sentito danneggiato dalla costruzione, ha piantato un robusto chiodo alla Conservatoria dei Registri Immobiliari.
"Ho iscritto un'ipoteca - spiega Antonio Lombardi, ex impiegato dell'Istituto Alberghiero, che abita a fianco del palazzo contestato e che ha promosso esposti e cause giudiziarie contro la Progea srl di Campaniello e Nobiletti, autori dell'edificazione - Comunque vadano le cose, se da parte dell'autorità giudiziaria ci sarà un accoglimento dei nostri diritti violati, almeno ci sarà qualcuno che dovrà pagare di tasca sua. Quegli appartamenti non si potranno vendere nè registrare sino a quando non saremo risarciti. Del resto la Progea ha fatto 22 appartamenti in più rispetto alla licenza che è stata rilasciata. Di più: su quel documento c'è una vicenda legale in corso e abbiamo chiamato in causa il Tribunale. Il perito nominato dal Pubblico Ministero ha messo nero su bianco la realtà dei fatti, quella che è sotto gli occhi di tutti. Quel palazzo è fuori norma, a cominciare dall'altezza per ragioni antisismiche. Per nessuna ragione al mondo vorrei che succedesse qualcosa, tocchiamo ferro. Ma qui a Vieste, come in tutto il Gargano, le scosse di terremoto più o meno violente sono frequenti: Che succede se gli inquilini di quel palazzo a centinaia scendono tutti nello stesso momento in una strada larga poco più di 5 metri?"
La vicenda giudiziaria parte nel gennaio 2007 quando Lombardi, accortosi che nel cantiere vengono montati ferri per altissime colonne di cemento armato, presenta un esposto per chiedere con urgenza il blocco dei lavori.
In prima istanza la ditta costruttrice afferma di aver iniziato i lavori su tutti i lotti nel 2005 e il magistrato, a dispetto di testimonianze contrarie che non vengono ammesse, preferisce tenere per buone le dichiarazioni del Comune e dell'Ufficio Tecnico, dove il dirigente Mario Fabrizio aveva approvato e fatto approvare il progetto finale. Attenzione: il primo elaborato era stato bocciato perchè troppo alto dalla Soprintendenza di Bari, il secondo firmato da Francesco Forte e Del Giudice pure mentre solo il terzo ottiene il disco verde. Le condizioni? Fabrizio annota personalmente che il progetto è in regola.
Le carte sono a posto dunque ma la realtà fa a pugni con i documenti che viaggiano da un ufficio all'altro. L'architetto nominato dal Tribunale, Urbano Riccio, scopre un inghippo, cioè le varianti al progetto iniziale. Sono ben tre e nessuna di queste è stata inviata alla Sovrintendenza di Bari per il nullaosta.
Dai documenti il perito scopre altre novità. Ad esempio che la cubatura consentita in più, nero su bianco, è di 1150 metri cubi superiore a quella massima (si noti bene, massima) a quanto previsto per quella zona (cioè B2) dal Piano Regolatore.
Ma la sorpresa finale arriva con il sopralluogo in cantiere quando alla prova dei fatti, prendendo le misure su ciò che è stato costruito, saltano fuori, molti metri cubi in più. Quanti? Lo vedremo nella prossima puntata.
(La terza parte dell'inchiesta sarà pubblicata lunedì 18 ottobre)





