VIESTE - Hanno usato attrezzature degne dei film di spionaggio per individuare e bloccare il più pericoloso latitante della mafia garganica.
Così è finito in manette Giuseppe Pacilli, pluiripregiudicato di 39 anni, di Monte Sant'Angelo, arrestato nella notte in un'operazione condotta delle squadre mobili di Foggia e Bari, da agenti dello Sco (Servizio centrale operativo) di Roma e del Commissariato di Manfredonia.
In tutto sono stati impegnati 80 uomini.
Pacilli era sparito dalla circolazione da 50 mesi esatti e da allora non aveva più fatto avere sue notizie, anche se il suo controllo sul clan Libergolis era rimasto indiscusso.
E' stato immobilizzato in una masseria alla periferia di Monte Sant'Angelo, a poca distanza dalla sua roccaforte; al momento dell'arresto era armato e aveva con sè una pistola calibro 9 e due caricatori oltre a 5 mila euro in contanti.
Nel rifugio bunker entrava con una scala di legno che ritirava subito dopo essere salito oltre il muro di recinzione, in modo da non lasciare tracce del suo passaggio.
Con il suo arresto forze dell'ordine e magistrati sono soddisfatti per aver centrato l'obbiettivo di rendere inoffensivi i due vertici dell'associazione malavitosa che da anni soffoca il Gargano: da una parte, sulla costa, il viestano Angelo Notarangelo, 33 anni, arrestato un mese fa e dall'altro Pacilli, che viene ritenuto lo stratega e la mente dell'associazione criminale.
Quest'ultimo è accusato anche di associazione mafiosa e di estorsione.
Il clan Libergolis è stato al centro di una sanguinosa guerra con i rivali del clan Romito, un tempo alleati. Nel corso della faida sono stati compiuti omicidi dei capi dei due clan: nell'aprile 2009 è stato assassinato Franco Romito, di 45 anni; nell'ottobre successivo, sotto i colpi delle armi da fuoco, è caduto Francesco Libergolis, di 66.
Nella guerra tra clan in una trentina d'anni sono stati contati 35 omicidi senza contare i ferimenti e gli attentati.
Nello scontro armato tra i clan, Pacilli - secondo la polizia - è stato il braccio operativo del boss Franco Libergolis (nipote di Francesco), catturato lo scorso anno dopo una lunga latitanza.
Dopo quest'arresto, Pacilli ha assunto un ruolo di leadership all'interno del gruppo di appartenenza fino a scalare i vertici del clan.
Per gli investigatori è il più pericoloso criminale della Puglia e dalle sue decisioni dipendono le strategie di attacco delinquenziale di tutto il suo gruppo. Dalle attività investigative emergerebbe che l'arrestato ha continuato a gestire dalla latitanza il settore delle estorsioni che incide pesantemente sulle attività produttive dell'intero Promontorio.
Pacilli è stato catturato in un blitz compiuto in un casolare nella frazione di Rozzano, alla periferia di Monte Sant'Angelo (Foggia).
Su di lui pendevano diversi provvedimenti, tra i quali due ordini di carcerazione per condanne definitive a complessivi 13 anni di reclusione per associazione di tipo mafioso ed estorsione.
Il latitante è stato individuato grazie all'impiego di sofisticate attività tecniche, realizzate nei confronti dei fiancheggiatori.
Subito dopo la cattura sono piovute le congratulazioni da parte del ministro Maroni e del suo vice Mantovano, giovedì sera a Vieste per il comizio di chiusura della campagna elettorale assieme ad Ersilia Nobile.
Poche ore dopo la sua ultima visita in cui aveva ribadito il suo impegno personale per stroncare la criminalità garganica, sono entrati in azione gli uomini dei reparti speciali e delle sedi territoriali di Manfredonia e Foggia.
Pochi i particolari trapelati sinora, se non l'utilizzo di sofisticate attrezzature elettroniche che hanno permesso di seguire i fiancheggiatori e gli aiutanti di Pacilli sino al suo rifugio.
Gilberto Caldarozzi, capo del Servizio Centrale Operativo (Sco) ha detto che si è trattato di un'operazione da manuale: "Insegneremo quello che abbiamo fatto corsi di specializzazione di polizia e carabinieri".
Sembra l'uovo di Colombo, ma la concentrazione delle forze e delle migliori risorse degli investigatori sui singoli casi, a Caserta, sul Gargano o per la cattura di Totò Riina, sta diventando una costante per neutralizzare i malavitosi, che sinora hanno potuto contare sulla rigidità degli uomini in divisa dislocati sul territorio.
I malviventi invece potevano spostarsi a piacimento e raccogliere le loro bande per colpire nei punti che avevano già individuato.





